Nasce la Macroregione Europea alpina. E sarà verde

Gli Stati coinvolti nel progetto Eusalp sono sette, di cui cinque membri dell’Ue (Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia) e due Paesi terzi (Liechtenstein e Svizzera), per un totale di 48 Regioni. In Italia aderiscono Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano


veronica ulivieri

Promette crescita economica e stimolo all’innovazione, nuove infrastrutture digitali e di trasporto per combattere l’isolamento, turismo più sostenibile, tutela dell’ambiente e miglioramento dell’efficienza energetica. Dopo il lancio ufficiale della Strategia europea per la macroregione alpina (Eusalp) a fine gennaio 2016 in Slovenia, il periodo più semplice è finito. Ora si apre la fase più complicata, quella che dovrà dare corpo ai principi, soddisfare le aspettative delle comunità di montagna e soprattutto provare a mettere a tacere gli scettici. Gli stati coinvolti sono sette, di cui cinque membri dell’Ue (Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia) e due Paesi terzi (Liechtenstein e Svizzera), per un totale di 48 regioni (in Italia Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano). Sono proprio le Regioni ad averla chiesta nel 2010, e sono loro che dovranno metterla in pratica.



L’iniziativa non prevede nuove leggi, nuovi enti, né, cosa fondamentale, nuovi fondi. Si dovrà usare in modo più efficiente e mirato quello che già c’è, facendo leva soprattutto sulla collaborazione. L’obiettivo «è rafforzare la solidarietà già esistente nelle regioni alpine, che vantano una lunga tradizione in fatto di cooperazione e una serie di reti e associazioni già collaudate», spiega la commissaria Ue per la Politica regionale Corina Creţu.



Cooperazione che dovrà essere tra gli stati, ma anche tra regioni e tra territori della stessa area regionale. Se gli ampi confini dell’area interessata dalla strategia, che comprende anche grandi città come Monaco e Milano per un totale di quasi 80 milioni di cittadini su 14 milioni di abitanti delle Alpi, hanno fatto storcere il naso a molti, la questione è più pratica. «I confini metteteli dove volete, il punto è riequilibrare i rapporti tra montagna e aree urbane in termini di uno scambio più equo: basta con l’atteggiamento predatorio della pianura nei confronti delle terre alte», sintetizza la presidente italiana dell’associazione Cipra, Federica Corrado. Non solo: «Questioni come i trasporti, i rischi naturali, i cambiamenti climatici, il turismo, i cambiamenti demografici, non si possono affrontare solo in montagna, è necessario il dialogo con chi sta fuori», aggiunge Marianna Elmi, vicesegretario generale del trattato internazionale della Convenzione delle Alpi. Potrebbe essere l’occasione per promuovere il ritorno di persone a vivere in montagna e per vedere finalmente riconosciuti i servizi ecosistemici – come acqua e aria pulita, natura incontaminata – che le Alpi offrono al resto del territorio.



I progetti specifici potranno essere finanziati attraverso 70 programmi diversi, sia gestiti direttamente dalla Commissione europea, come il programma Life per la biodiversità o Horizon 2020 per l’innovazione, sia destinati alle Regioni (Fondi strutturali e di investimento). Il timore di molti è proprio che i soldi vadano nelle mani sbagliate, alle aree urbane più che alle terre alte. «Nella gestione di Eusalp non ci sono rappresentanti diretti delle comunità alpine, i centri di potere dove si prendono le decisioni sono fuori dalle Alpi. Serve una strategia nazionale comune, che al momento è assente», lamenta Enrico Borghi, deputato e presidente dell’Unione dei comuni montani italiani. «Potrebbe essere una grande opportunità, ma il timore è che i soldi finiscano fuori dalle montagne. Realtà piccole come la nostra non hanno i numeri per contare all’interno di Eusalp», aggiunge il sindaco di Ostana Giacomo Lombardo, che da anni lavora per riportare la vita nel piccolo comune ai piedi del Monviso. «Le aree urbane hanno molte più possibilità di attirare fondi e, dal punto di vista politico, sono bacini di consensi e di voti molto più ampi rispetto alle zone montane, estese ma poco abitate», ammette anche Marco Onida della Commissione europea, che ha seguito tutto il percorso di messa a punto di Eusalp. «È necessario, per esempio, fare in modo che i grandi assi di trasporto favoriscano anche lo sviluppo a livello locale, oppure tenere conto delle necessità della montagna nella costruzione di impianti per produrre energia, senza depredare l’ambiente e le risorse». Il rischio riguarda soprattutto i Fondi strutturali utilizzati per le politiche di coesione. Se si analizzano infatti i dati pubblicati sul portale governativo Opencoesione, aggiornati al 31 ottobre 2015, si osserva che effettivamente in tutte le regioni italiane comprese in Eusalp la maggior parte dei fondi di coesione fino ad oggi è andata ai capoluoghi regionali. Non solo: soprattutto in Lombardia e in Piemonte, i Comuni che non hanno beneficiato neanche di un euro in diversi casi sono in montagna.



Mentre in seno alla strategia si lavora per dar vita a progetti concreti, il Parlamento europeo si prepara a dare battaglia, invitando la Commissione a curarsi di più delle terre alte. «Le regioni montane nell’Ue sono raramente il focus della politica di coesione. (…) La difficoltà di investire in montagna a causa della mancanza di infrastrutture e dei costi aggiuntivi dovuti alla lontananza porta a trascurare le regioni montane», si legge in un report firmato dall’eurodeputata bulgara Iliana Iotova, che sarà approvato nei prossimi mesi. Il documento dovrebbe impegnare la Commissione a mettere a punto un’Agenda per le regioni montane e ad «aumentare le allocazione dei Fondi strutturali e di investimento per le regioni montane più svantaggiate».

Fonte: www.lastampa.it

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